Anche alle pecore servono i sensori

30/07/2018 18:11
Anche alle pecore servono i sensori

O 4.0 o declino, avverte Elio Catania, uno dei massimi esperti di digitale. Spiega le tre cose essenziali della nuova rivoluzione industriale: rilevazione, trasmissione ed elaborazione di dati a costi minimi. E perché è una sfida di sopravvivenza pure per le microimprese

L’Italia procede abbastanza nella rivoluzione 4.0, verso l’economia totalmente connessa in rete? «Siamo nella fase della consapevolezza, dopo un ritardo lungo 15 anni il paese si è messo in movimento. Però siamo solo agli inizi», risponde Elio Catania, uno dei massimi esperti di digitale. «Se vogliamo entrare nella fase esecutiva, con la velocità che serve, non possiamo andare a questo passo. Dobbiamo essere molto più rapidi. Gli altri paesi stanno correndo, e come stanno correndo...». Catania fa il punto con Capital sulla via italiana a «una trasformazione tecnologica che sovverte il modo di fare impresa e l’amministrazione della cosa pubblica». Cavaliere del lavoro dal 2001, laurea in ingegneria elettrotecnica alla Sapienza di Roma, master degree in management science al Mit di Boston, Catania ha trascorso gran parte della vita professionale all’Ibm, di cui è stato membro del Worldwide management council e presidente per America Latina, Sud Europa e Italia. Dalle Ferrovie dello Stato all’Atm, l’azienda dei trasporti milanesi, ha poi ricoperto ruoli di vertice in parecchie grandi imprese italiane. Ora da presidente di Confindustria digitale gira la Penisola per spiegare le «enormi opportunità» di questa dirompente rivoluzione industriale che è una strada obbligata: o sei dentro o finisci tagliato fuori.

«Il digitale ridefinisce i confini tra i mercati, ha fatto nascere aziende diventate leader in settori di cui nemmeno facevano parte fino a pochi anni prima, sta facendo uscire dai mercati interi segmenti dell’economia». E non riguarda solo le grandi aziende, ma «tutte le imprese, di qualunque dimensione, di qualunque settore e in qualunque regione». Il presidente di Confindustria digitale spiega con efficace semplicità l’essenziale di questa trasformazione. «Sono accadute tre cose. La prima è lo sviluppo di sensori che permettono di misurare tutto, dalla distanza dell’auto che ci precede alla temperatura di un tessuto, al livello di ph nel nostro sangue, a costi estremamente ridotti, centesimi di euro». La seconda sta «nella possibilità di trasmettere tutte le informazioni generate dai sensori, e dalle persone, a costi pari a una frazione di quanto erano solo 5 anni fa». La terza: «La capacità di elaborare questa immensa mole di dati a costi irrisori. Prima si aveva bisogno di supercomputer grandi come palazzi. Ora i modelli matematici possono essere diffusi in rete, nel cloud, e utilizzati da semplici ricercatori, dagli analisti di marketing di un’azienda, così come dal tecnico che deve fare una prova di fluidodinamica per un nuovo prodotto meccanico». Questi tre ingredienti hanno generato una rivoluzione che non lascia alternative alle imprese e al paese: la produttività, la crescita e lo stesso benessere passano dalla digitalizzazione.

 

La diagnosi di Catania è severa: «Abbiamo accumulato un grande ritardo, negli ultimi 15 anni noi italiani non abbiamo colto il valore strategico del digitale per il mondo degli affari e la pubblica amministrazione. Forse pensando si trattasse solo di un nuovo modello di computer o di una banda di connessione più larga, abbiamo perso la grande opportunità di trasformare la nostra economia. Perché di questo si tratta: ridisegnare il tessuto economico e sociale». La responsabilità, dice il numero uno di Confindustria digitale è «dei leader delle imprese private e di quelle pubbliche, del governo e delle istituzioni, che hanno troppo spesso delegato ai tecnici». Una miopia che ha impedito di cogliere i segnali più evidenti di un mondo che stava cambiando: «Abbiamo visto società che senza possedere neanche un albergo o un appartamento sono diventate numero uno mondiali per gli alloggi e il turismo. Imprese che senza avere un’automobile sono diventate giganti del trasporto individuale urbano. Aziende che mettendo insieme domanda e offerta sono riuscite a creare colossi logistici: mi riferisco a piattaforme come Alibaba o Amazon, che di fatto non possiedono neanche uno dei prodotti che vendono». Poi 2 anni fa anche l’Italia si è messa in moto. Merito di tre iniziative, secondo Catania: il piano di connessione a banda ultralarga, il piano Industria 4.0, con forti sgravi sugli investimenti, e l’agenda digitale della pubblica amministrazione. «Tre esempi di come, lavorando insieme, la leadership pubblica e quella privata hanno preso coscienza del digitale e ne hanno guidato la spinta e l’implementazione».

Qual è il bilancio 24 mesi dopo? «Sulla banda ultralarga, la cablatura del paese procede. Grazie all’accelerazione degli investimenti pubblici e privati stiamo colmando il ritardo». Industry 4.0 «ha dato una scossa al sistema delle imprese con un piano di incentivi decisamente interessante, che responsabilizza gli imprenditori chiamandoli a investire in innovazione come fattore di crescita delle aziende. Per esempio, un investimento di 100mila euro in macchine a controllo numerico con tecnologie di connessione fa tornare nelle casse aziendali 30-35mila euro di vantaggio fiscale». Quanto alla pubblica amministrazione, «l’Agenzia per l’Italia digitale e il commissario Diego Piacentini hanno fatto un bel lavoro di inquadramento e pianificazione», premette Catania: «Ma si deve accelerare molto. Il ritardo nell’uso delle tecnologie dipende in larga misura anche dal mancato traino della pubblica amministrazione. Se i servizi pubblici sono digitali, lo diventano anche i cittadini». Una Pa digitalizzata, inoltre, significherebbe «grandi risparmi e trasparenza, perché le tecnologie permettono di condividere e controllare molto di più». La realtà, per ora, è che «solo 200 comuni hanno l’anagrafe unica e il piano per inserire un responsabile del digitale in ogni ministero ne ha partoriti solo due in tutto».

Cento tappe, 25mila imprenditori incontrati: nel suo capillare giro d’Italia Catania spiega cos’è e come va affrontata la digitalizzazione. «Un imprenditore non investe solo per un incentivo fiscale, ma se vede un progetto di sviluppo per la propria azienda», spiega. In ogni regione Confindustria digitale ha creato un Digital innovation hub, centri di supporto per gli imprenditori e calamita per mettere a sistema i numerosi poli tecnologici che già esistono, anche se non fanno rete, e per coinvolgere le 7.500 startup: «Piccole o piccolissime aziende assai brillanti, dove giovani donne e uomini stanno scommettendo il loro futuro». Catania lascia parlare i risultati: «Mettendo insieme domanda e offerta con le nuove tecnologie, abbiamo fatto sì che in Sicilia l’artigianato della ceramica si sia aperto a nuovi mercati internazionali». In Sardegna «ci sono aziende casearie che attaccando sensori al terreno e al collare delle pecore, riescono a misurare la qualità del latte prodotto in funzione di quanto gli animali brucano». Sempre in Sardegna, «abbiamo visto un’impresa diventare leader italiana negli infissi grazie a tecnologie di produzione flessibile, perché questo significa l’industria 4.0, il cliente chiede e l’azienda, modificando la sua linea di produzione, lo esaudisce». Se questi sono «bellissimi esempi a dimostrare che l’Italia si è messa in movimento sul digitale, con realismo bisogna riconoscere che siamo agli inizi. L’Italia non è la Germania, paese ad altissimo contenuto manifatturiero come il nostro, ma con tante grandi imprese che grazie alle economie di scala riescono a investire in innovazione trascinando la catena dei loro fornitori. Noi abbiamo 800mila piccole imprese manifatturiere e la sfida è aiutarle in questo passaggio.

La via italiana al 4.0 è fatta a rete, come è giusto in una nazione fatta di territori». Al nuovo governo Catania chiede «continuità nelle misure di sostegno a Industria 4.0 per i prossimi 5-7 anni: gli incentivi rappresentano il lubrificante di questo grande cambiamento della nostra struttura produttiva». E anche «un passo in più sulla governance del digitale. La trasformazione dei fondamenti economici e dei processi pubblici sulla spinta della rivoluzione digitale è un passaggio epocale, che richiede una presa di coscienza e di responsabilità da parte della leadership. Sulla scia delle scelte operate in Germania, Gran Bretagna, Spagna e Francia, dove è stato creato un ministro per il digitale, la mia richiesta è che anche nel nostro paese il tema salga nelle priorità politiche, con un’assegnazione di responsabilità alta dedicata al tema nel Consiglio dei ministri».

Resta un capitolo spinoso: la formazione, le competenze che l’Italia non ha ancora nella misura necessaria: «Abbiamo bisogno di tecnici informatici, che sono solo il 2,6% del totale occupati, contro una media europea del 3,7%, o il 6,5% della Finlandia. C’è carenza anche di operai specializzati, di meccatronici, di persone che sappiano far funzionare le macchine a controllo numerico connesse, per trarne valore e intelligenza. Ci fossero,  roverebbero lavoro oggi stesso 80mila specialisti di big data, business analysis, cloud, cyber security, internet delle cose, robotica, intelligenza artificiale, digital media, web development... Il Progetto della Buona scuola si era dato alcuni semplici obiettivi con alcune risorse. Io, però, non ho ancora visto il piano attuativo».

Alessandra Gerli