I robot non tolgono posti di lavoro, anzi...

di Maria Elena Marsico 04/12/2017 17:40
I robot non tolgono posti di lavoro, anzi...

L'industria 4.0 non peggiora la disoccupazione. Il punto di vista della Fismic Confsal sui processi di automazione

Robot sì. Robot no. Fenomeno controverso che divide le statistiche, le opinioni, il mondo del lavoro. Ci si interroga se un androide sia causa di disoccupazione o se al contrario, spinga a creare nuove mansioni, attivando l'emisfero destro del cervello, quello che la gran parte dei non scienziati attribuisce alla creatività. C'è un dato, però, che ci «racconta» una favola 4.0, la favola dei robot che regalano più occupazione. Per esempio, in Germania il tasso di disoccupazione, infatti, è sceso del 5,5% apprestandosi a essere uno dei tassi più bassi degli ultimi quarant'anni. E c'è chi parla ancora di un futuro senza lavoro, quando si registrano bassi livelli di non occupazione, numeri sorprendenti in alcun casi registrati in Germania, Gran Bretagna e Giappone. E ci si chiede come sia possibile questo, se ci troviamo nel bel mezzo di quella famosa crisi del 2008, che non è stata ancora superata. Tutta colpa della demografia e dell'età elevata che la contraddistingue e che, di conseguenza, porta meno persone a chiedere lavoro.

Ma sul fronte robot non bisogna puntare il dito. Non tolgono il lavoro, anzi! Creano nuove mansioni che hanno a che fare con la creatività, e capacità che per ora non appartengono a nessun androide. Bisogna puntare il dito, invece, contro le analisi. È una questione di prospettive e punti di vista, come quando Robin Williams saliva in piedi sulla cattedra durante L'attimo fuggente e recitava: «È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva». Se si guardassero i guadagni invece che le perdite, il rapporto tra uomo e tecnologia di certo cambierebbe, come anche se si sfruttassero i robot come stimolo per la ricerca di nuove attività da svolgere magari più specialistiche. Laddove la tecnologia incenerisce, nasce la fenice.

Oggigiorno però, si inizia a guardare ai robot con meno scetticismo e per il mercato del lavoro si sta aprendo un trend positivo che vede in diminuzione il part-time o chi non è più in cerca di lavoro, scoraggiato dalla crisi. Le aziende iniziano a robotizzarsi e negli Stati Uniti aumenta il salario ai dipendenti. E se nelle zone rurali il manifatturiero sta morendo, i «licenziati» possono trovar riparo nelle aziende ritenute «tecnologiche». È evidente quindi che il problema dell'umanità non risiede né nella mancanza di posti di lavoro né tantomeno nei robot, quanto più nel subdolo germe del populismo.

Ma quanto annunciato nel Libro dell'Apocalisse di Giovanni, gli uomini con le tenaglie al posto delle braccia, non è poi in un futuro così remoto. La rivoluzione robot è ormai giunta e lo scenario apocalittico non sembra poi così spaventoso. E questi androidi non sono (solo) automi umanoidi con braccia e gambe, magari pronti a dichiarare guerra. Sono nuove tecnologie in grado di risollevare qualsiasi settore: dal manifatturiero all'energetico, passando persino per quello logistico o dei trasporti. E per quest'ultimo settore nasce spontanea l'immagine delle macchine automatizzate, senza conducente, non ancora così diffusa ma presente e funzionante.

Ma i robot non si limitano a questo, sono nati, infatti, anche gli androidi caregiver, pensati per prendersi cura degli anziani specialmente dove è difficile trovare qualcuno che si occupi di loro, come in Giappone. Lì vige un rigido sistema di regole ed etichette e riuscire a entrare all'interno delle vite di qualcuno sembra essere davvero difficile. Inoltre, la situazione nell'arcipelago nipponico, sta peggiorando (o migliorando, dipende) a causa dell'aspettativa di vita in costante aumento. Questi sono i motivi che hanno spinto il ministero dell'economia di Tokyo a investire su progetti che riguardano i robot, l'intelligenza artificiale e la cura degli anziani. Un «melting pot» di elementi che si pongono l'obiettivo di trovare una soluzione per la cura degli anziani, usando le famigerate tecniche «apocalittiche» robotiche. La svolta successiva sarà quella di rendere gli androidi anche infermieri. Tutto questo non sarà un sopporto agli anziani bensì un miglioramento delle loro condizioni di vita. Bisogna prendere atto, quindi, che siamo al centro della rivoluzione. Nell'occhio del ciclone apocalittico.

E se in Giappone si stanziano fondi per dar vita ai robot, in Inghilterra si combatte l'idea e la preoccupazione che l'automazione possa distruggere i posti di lavoro. L'economia britannica, infatti, e mondiale, ha bisogno di più robot: il Regno Unito, che resiste all'ondata massiccia di investimenti in robotica presente nelle altre aree del mondo, non ne ha abbastanza e questo non fa altro che causare ritardi nel settore economico (con una produttività inferiore di circa il 20% alla Germania). Perché, come è già stato detto, l'automazione distrugge sì alcune categorie, ma ne crea anche delle nuove, dipende tutto da come si vuole guardare il bicchiere. Inoltre, non si ha alcuna certezza di quali siano realmente le categorie a rischio, a oggi non sappiamo quali categorie verranno soppresse, ma l'idea è quella di assistere i lavoratori meno qualificati, formarli e ricollocarli in altre aree.

Sempre nel Regno Unito, si sta pensando di mettere però delle tasse sui robot che non fanno altro che impedire la meccanizzazione, e a sua volta, questa tassazione, porterà a una soppressione della crescita di produttività, incoraggiando l'attività economica a fuggire altrove.

Ma c'è anche chi ai robot non ci sta ed è convinto che tra quarant'anni questi rimpiazzeranno qualsiasi tipo di lavoro perché lo faranno certamente meglio, ragion per cui nessun mestiere è al riparo dalla furia androide che investirà anche i campi finora «protetti» e cioè quelli artistici ed empatici.

In un ventennio, dicono, si rimarrà senza lavoro poiché già entro il 2060 i robot saranno in grado di svolgere qualsiasi tipo di attività e non sarà un effetto graduale. Bisognerebbe quindi cercare di capire al meglio i frutti del lavoro dell'uomo fatto di metallo al fine di evitare un'era di disoccupazione e povertà prima che il cervello umano sia copiato interamente dal robot. Sempre secondo i sostenitori di tale tesi, la rivoluzione artificiale non seguirebbe lo stesso corso di quella industriale perché ci troveremmo dinanzi a una brutale sostituzione dell'essere umano che non potrà più svolgere compito alcuno, giacché le macchine saranno più forti di qualsiasi uomo oltre che più intelligente e anche se ci saranno nuovi posti di lavoro, non ci sarà bisogno del lavoro dell'umano. Arriveranno ad autoprodursi, costruendosi e riparandosi. E a tutto questo si può far fronte.

Ma è davvero così? È un'analisi corretta? Siamo davvero a un passo dall'essere governati e comandati dai robot? Segneranno la preannunciata fine del mondo nell'Apocalisse di Giovanni quando un'interpretazione vi trovava i robot? Ci ruberanno prima il lavoro e poi l'esistenza?

Il segretario generale nazionale della Fismic, Roberto Di Maulo, commenta così: «Già oggi ci troviamo dentro l'occhio del ciclone del cambiamento tecnologico profondo. Ogni attività umana, a confronto con quella che si svolgeva soltanto dieci o venti anni fa, dimostra quanto la tecnologia sia sempre più pervasiva e quanto abbia modificato il nostro stile di vita, ancor prima che quello lavorativo. Generalmente, il forte utilizzo delle innovazioni tecnologiche ha diminuito l'apporto di fatica che compievamo in ogni ambito della nostra vita, aumentando il tempo libero e, paradossalmente, lo stress. Alcune attività lavorative sono state interamente sostituite e nel tempo la sostituibilità di alcune mansioni non farà che aumentare. Questo riguarda in sostanza tutte le mansioni ripetitive e con scarso apporto di valore aggiunto da parte della mente umana. Come dicono le statistiche dei Paesi più avanzati come gli Stati Uniti però, l'effetto prodotto non sarà di aumento della disoccupazione, ma un cambiamento qualitativo dei posti di lavoro disponibili. Proprio per questo, una formazione scolastica più moderna, una formazione professionale continua per gli occupati e una riforma degli ammortizzatori sociali per favorire (attraverso la formazione professionale) la ricollocazione di coloro che perdono il posto di lavoro si rendono indispensabili. Qui è il futuro del ruolo di un sindacato moderno, libero e non più schiavo di schemi che fanno parte del passato che non può tornare».

L'essere umano ha, a differenza dell'automa, tra le tante cose, capacità di adattamento. Grazie a questa, si potrà convivere pacificamente con l'androide (che non dichiarerà, forse, alcuna guerra) e si troveranno altre occupazioni, se ne creeranno delle nuove proprio poiché l'uomo è un creativo, fa. Cosa che il robot non fa.