Il cuore italiano della Mercedes

di Carlo Valentini Twitter: @cavalent 01/07/2019 10:50
Il cuore italiano della Mercedes

Storia esemplare di un'impresa nata nel sottoscala che rifornisce le auto vittoriose in pista

Se la Mercedes vince i Gran Premi (e fa respirare polvere alle Ferrari) il merito è anche un po' italiano poiché le pompe del motore sono prodotte a Zola Predosa e a Casalecchio, nel bolognese. Una soddisfazione di non poco conto per la motor valley. Qui ci sono due capannoni che conquistano il mondo. È una case history dell'imprenditoria italiana, quella dei periti industriali partiti dal sottoscala che hanno poi saputo innovare e ora approdano a Piazza Affari.

Gli economisti hanno inventato più definizioni (per esempio: multinazionali tascabili) e le hanno studiate ma tra le complesse ed eccitanti elaborazioni economiche e la realtà quotidiana che debbono affrontare questi imprenditori c'è un abisso. Un conto è la teoria e un'altra la pratica. Per questo vale la pena conoscere la storia della Marzocchi, che a luglio si quoterà in borsa, nel segmento Aim. Se il nostro paese soffre ma non è allo stremo lo si deve all'imprenditoria diffusa che non si arrende e che continua a scommettere sul futuro. Racconta Paolo Marzocchi, presidente dell'azienda meccanica che porta il nome di famiglia: «Mio padre e mio zio lavoravano alla Ducati ma finita la guerra c'era una gran voglia di fare e siccome il principale mezzo di trasporto era la moto decisero di incominciare a costruire, in cantina, le forcelle e gli ammortizzatori per le due ruote.

Brevettarono un sistema innovativo che ebbe talmente successo che nel 1957 venne costruito il primo capannone. Poi arrivarono gli anni 60 e il boom economico si rivelò negativo per la moto che andò in disuso a vantaggio della 500. Allora si posero il problema di che fare e incominciarono a produrre pompe a ingranaggi per svariate applicazioni, dalle macchine utensili alle presse, alle macchine agricole. Riuscirono a superare la crisi e il posizionamento nella fascia alta del mercato ci ha consentito da allora un trend sempre in crescita. Oggi produciamo 1,2 milioni di pompe l'anno, fatturiamo 42,7 milioni, +10.6% sul 2017 (con 250 dipendenti), il 78% dall'export in 50 Paesi, l'utile netto è 2,9 milioni, abbiamo uffici commerciali a Chicago e in Cina. Il mercato mondiale vale 5,4 miliardi di euro. La pompa a ingranaggi ha un'infinità di impieghi, dalle auto alla nautica, dalle macchine utensili a quelle agricole e movimento terra, dagli autobus ai treni, dal medicale ai carrelli elevatori.

«La nostra formula vincente è la personalizzazione. Studiamo e produciamo le pompe secondo le esigenze del cliente. Questo ci consente di non scontrarci con le multinazionali che hanno produzioni standard e neppure con chi fa concorrenza sul prezzo. Pensi che noi produciamo grossi quantitativi di pompe per l'industria dell'auto (per esempio General Motor e Ford) ma anche piccole forniture come quella per un'azienda che produce macchine per tagliare le unghie dei maiali. Abbiamo oltre 600 clienti. Insomma, le pompe a ingranaggi hanno un uso assai diffuso. Un altro fattore a cui teniamo è che produciamo tutto all'interno in modo da avere il controllo della filiera. Non siamo mai stati allettati dal portare all'estero neanche parte della produzione”.

Domanda. Pronti ad affrontare il previsto exploit delle auto elettriche?

Risposta. Sì ma per quanto riguarda il nostro prodotto non c'è differenza, la pompa serve per fare funzionare la trasmissione che inserisce e disinserisce le ruote motrici. Il sistema è quindi identico per qualsiasi tipo di vettura. Anche per questo non siamo preoccupati dell'evoluzione del mercato dell'auto. Siamo comunque impegnati a trovare soluzioni che consentano di montare pompe di dimensioni sempre minori e che assorbano meno energia dalle batterie.

D. Quindi nell'era dei colossi c'è ancora posto sui mercati per le medie aziende?

R. Sì se si investe sull'innovazione. Poi c'è la forza dei distretti, che vanno assolutamente difesi e sostenuti. Mi rattrista il fatto di dovere acquistare in Germania e Svizzera i robot e le macchine per i processi produttivi. In molti casi eravamo all'avanguardia ma ci si è adagiati sugli allori mentre i concorrenti investivano e puntavano sull'eccellenza tecnologica. Adesso è quasi impossibile recuperare. Alcuni macchinari, i più semplici, li progettiamo e realizziamo da soli perché sul mercato interno non li troviamo.

D. Quanto viene investito nella ricerca?

R. Il 4% del fatturato. L'azienda è automatizzata, gran parte del personale si occupa di ricerca e sviluppo e di controllo qualità. Lavoriamo al millesimo di millimetro e dobbiamo avere un'affidabilità assoluta. Il nostro obiettivo è realizzare (abbiamo una collaborazione con la facoltà di Ingegneria dell'università di Bologna) prodotti sempre più silenziosi, che si usurino il meno possibile, che consentano il risparmio energetico. Abbiamo anche realizzato applicazioni per i pannelli solari e gli impianti eolici.

D. Molti suoi colleghi hanno verso la borsa un timore reverenziale.

R. Per mantenere la leadership dobbiamo crescere e investire. Dalla quotazione mi aspetto le risorse per farlo in breve tempo. Il flottante sarà di circa il 25% e la mia famiglia manterrà la maggioranza, un'altra parte del capitale è detenuta dai manager e una piccola quota dal fondo Crosar Capital.

D. Oltre a quelli con la Mercedes nel palmarès ci sono altri titoli mondiali?

R. Sì, negli anni 90 i nostri prodotti erano sulle Ferrari che vinsero i mondiali. Nel motomondiale e nell'enduro abbiamo contribuito al successo di Ducati, Yamaha, Suzuki, Ktm, Husqvarna, poi la vittoria alla Parigi-Dakar con Cagiva-Ducati e la Bmw.

D. Si dice che le imprese italiane non riescono a fare sistema.

R. È un cliché da sfatare, nel senso che in tutto il mondo le imprese giocano per sé. Le confesso che quando sento il refrain del «fare sistema» mi chiedo che cosa significhi, a volte può servire a coprire la mancanza di idee e di iniziativa. All'estero, come in Italia, ogni impresa fa la sua gara sui mercati. Certo, è benvenuta una politica industriale che supporti le imprese perché la concorrenza internazionale è massiccia e non sempre da noi le imprese sono percepite come un valore ma ogni azienda ha una propria strategia e un proprio modo di presentarsi ai potenziali clienti. Noi siamo partiti da un sottoscala e stiamo arrivando in borsa: il nostro fare sistema è rimboccarci le maniche e non lamentarci.