Industria 4.0, la partita dell'occupazione e competenze

di Manola Di Renzo 30/11/2017 22:51
Industria 4.0, la partita dell'occupazione e competenze

L'analisi del Centro studi Cnai su lavoro e lavoratori nell'era digitale

Non saremo come Vladimiro ed Estragone. Sebbene quella dell'Industria 4.0 sia una delle pochissime rivoluzioni di cui si snocciolano le caratteristiche prima ancora che si concretizzi, vi è la quasi totale sicurezza che questa stia per compiere la propria epifania. E allora bisognerà farsi trovare preparati. Il Centro studi Cnai, a tal proposito, ha eseguito una serie di studi in materia, per verificare uno degli spauracchi relativi a questo probabile e imminente fenomeno: ovvero quello relativo alla perdita di posti di lavoro.

L'accelerazione verso sistemi di software sempre più complessi e avveniristici nel campo dei servizi, nonché la crescita della cosiddetta gig economy, potranno avere come diretta conseguenza, nell'orizzonte temporale del breve-medio periodo, una contrazione significativa dei posti di lavoro e un incremento della forbice salariale (sempre più alti i salari di elevata professionalità, scomparsa del salario medio).

La partita occupazionale si dovrà, infatti, giocare, quasi esclusivamente, sul piano delle competenze acquisite dalla forza lavoro, ovvero sull'elasticità dei lavoratori e sulla loro predisposizione a impegnarsi, di concerto con la propria azienda, in un processo di formazione continua.

Si stima che nel corso del prossimo decennio, al netto di fenomeni imprevedibili e interventi politici, a essere in qualche modo influenzato dalla computerizzazione sarà circa la metà dei posti di lavoro. Questo è un dato che non può e non deve stupire, se si considera che negli Stati Uniti, già ai nostri giorni, in una platea di 800 occupazioni il 5% di queste è totalmente automatizzabile e il 60% può essere robotizzato fino al 30%.

In un siffatto contesto, appare insostenibile ogni arrocco sullo status quo, alla luce soprattutto della marea dei nuovi lavori la cui rapida esplosione è lì da venire. Come evidenzia il Centro studi Cnai, l'Italia sfortunatamente paga una pregressa lentezza strutturale relativamente alla soddisfazione dell'offerta aziendale in materia di formazione verso le nuove competenze digitali, condannando il nostro paese a una diffusione della cultura digitale tutt'altro che omogenea.

La minaccia al proprio posto di lavoro, però, può essere scongiurata (o quantomeno abilmente gestita) attraverso una fase di accumulo di competenze. Questa scelta garantisce al lavoratore dipendente anche un'inaspettata leva in fase di concertazione con l'azienda.

In possesso di un portafoglio esperienziale e di competenze, il lavoratore potrebbe scoprire qualcosa di cui, oggi in Italia, c'è carenza cronica: ci si riferisce al concetto di premialità. Infatti, solo il riconoscimento del valore intrinseco del proprio lavoro, in quanto caratterizzato dal possesso di peculiari abilità, potrà, in un prossimo futuro, assicurare un'adeguata occupazione.

Ovviamente è solo grazie alla formazione costante che è possibile acquisire sempre ulteriori competenze spendibili sul mercato del lavoro. Ma è necessario che, a tal proposito, si proceda con una riforma radicale delle imprese dal punto di vista sistemico. Necessità giustificata in parte dal fatto che, per esempio, sottolinea il Centro studi Cnai, in Italia la percentuale di lavoratori che svolgono corsi di formazione è il 2,5% in meno rispetto alla media europea e le aziende che approntano attività di formazione professionale a stento superano il 60%.