Industria 4.0, prendersi un robot per socio

30/03/2017 18:16
Industria 4.0, prendersi un robot per socio

Faranno salire la produttività e abbatteranno i costi: ovvio l’interesse delle imprese. Si sono dimostrati ottimi investimenti finanziari: qui qualche esempio. E il rischio bolla...

State cercando la nuova Apple, da individuare per primi per un superinvestimento? Facebook, Google o Amazon del futuro? Bisogna iniziare a comunicare con gli umanoidi che lavorano in fabbrica o nei campi, a interessarsi di aerei e auto che viaggiano senza pilota, di stampanti tridimensionali o di intelligenza artificiale anche per smartphone, come l’assistente Siri per l’iPhone. È spulciando fra le società di robotica che si possono trovare le prossime star dei listini.

Secondo una ricerca di Boston Consulting, la nuova rivoluzione industriale è solo agli inizi: i robot faranno salire la produttività di molti comparti, anzitutto il manifatturiero, tra il 10 e il 30% e abbatteranno il costo del lavoro del 16% entro il 2025. I margini di crescita del settore sono previsti in un 10% l’anno. Mentre la britannica Etf Securities (che ha lanciato il primo Etf specializzato in Europa) parla addirittura di un più 30% ogni 12 mesi no al 2020 e di un più 40% nei 10 anni successivi. La strada immediata per chi vuole scommettere sulla robotica è quella che porta ai singoli titoli quotati in borsa, anche se a Piazza Affari non c’è granché. 

«Se parliamo di società che fanno robotica», spiega Lorenzo Astolfi, ceo della banca d’affari Alantra in Italia, «io non vedo alcun gruppo italiano quotato. Comau (robot per l’automazione industriale con un fatturato da 2 miliardi, ndr) è da anni il nostro fiore all’occhiello, ma fa parte del gruppo Fca. Se invece allarghiamo l’orizzonte oltreconfine, ci sono diverse realtà interessanti, non solo negli Stati Uniti e in Giappone ma anche in Europa. Mi vengono da evidenziare i numeri di Abb (Zurigo), Kuka (Francoforte) o Rockwell automation (Nasdaq). E iRobot (Nasdaq), robot per la pulizia della casa (nell’ultimo anno ha raddoppiato il suo valore ndr)». 

L’Italia non ha certo poco peso nel comparto: sesta fra i produttori mondiali, con un fatturato che secondo i dati dell’Ucimu, l’associazione dei costruttori di macchine utensili, è di oltre mezzo miliardo di euro e ha chiuso il 2015 con un +4,4% di export. Allora sono nati 3.676 robot che vivono soprattutto in Lombardia e Piemonte. Ci sono 71 investitori, fra incubatori, venture capital e simili, che mettono soldi e know-how a disposizione di più di 1.000 aziende innovative. Tutto il mondo invidia un’eccellenza come l’Istituto italiano di tecnologia di Genova, dove è stato creato il primo umanoide con forma e dimensioni di un bambino di 4 anni, usato in tantissimi laboratori. Tuttavia, gruppi di grandi prospettive come Zucchetti Centro Sistemi (è suo Ambrogio, il robot tosaerba) e la milanese Oppent, almeno per adesso, si tengono lontani dai listini.
 
Arrivano i fondi - In un settore poco conosciuto e dominato da aziende straniere quotate, la diversificazione diventa quasi un obbligo. Anche perché è nell’arco temporale di 5-10 anni che le imprese della robotica dovrebbero regalare le maggiori soddisfazioni. Morningstar, società leader in ricerche finanziarie indipendenti, ha segnalato due fondi e un Etf (l’unico quotato a Piazza Affari) tematici. Il PictetRobotics, lanciato nell’ottobre 2015, ha guadagnato (al 23 gennaio 2017) il 26,05% in un anno e il 3,20% dall’inizio di quello corrente; il Global Robotics Equity di Credit Suisse Fund Management, partito a giugno 2016, ha reso il 2,05% nelle prime tre settimane del 2017.

Il primo fondo di Pictet Asset Management investe in società che hanno una parte degli utili dalla catena di valore della robotica: si parte dall’automazione e si arriva fino ai sensori, ai microcontrollori, alla stampa 3D, all’elaborazione dati e alle tecnologie di riconoscimento vocale, di immagini o di movimento. «Al momento», spiega Manuel Noia, country manager di Pictet in Italia, «circa metà del portafoglio è esposto con titoli statunitensi e non abbiamo partecipazione in aziende con sede legale in Italia». Motivo? «Nonostante le numerose eccellenze, molte società non raggiungono dimensioni tali da essere quotate e vengono spesso acquisite da grandi gruppi industriali». E quali sono i segmenti con i maggiori margini? «Penso alle automobili a guida autonoma, anche perché più di un produttore (Volkswagen, Delphi) prevede di immettere sul mercato i primi esemplari già nel 2019. Così come è interessante la robotica medica e soprattutto la stampa 3D, che ha migliorato la rapidità e aumentato la gamma di materiali utilizzati, quindi ora l’adozione massiccia di questa tecnologia in ambito industriale dovrebbe essere facilitata. Si prevede che da qui al 2022 ci siano margini di crescita del 28,5% annuo per un valore di mercato intorno ai 30 miliardi di dollari». Quanto ai titoli più brillanti, nell’ultimo trimestre l’attività di M&A ha avuto effetti positivi e la posizione in Mentor Graphics, inserita di recente, si è rivelata un successo dopo l’o erta di acquisto da parte di Siemens.

Altri contributi positivi segnalati da Noia: Cognex, Teradyne, Ipg Photonics, Siemens e iRobot. «Mobileye è stato uno dei titoli peggiori, ma verso fine 2016 ha messo a segno una ripresa convincente nel quadro di notizie positive circa nuove partnership». Anche nel fondo di Credit Suisse, che include società che hanno almeno metà dell’esposizione in robotica, automazione, intelligenza artificiale o sicurezza e protezione, non ci sono aziende italiane. A fine anno l’allocazione geografica delle risorse vedeva una forte esposizione verso gli Stati Uniti (più del 50%), poi Germania, Giappone e Israele. Nel portafoglio si trovavano titoli quotati a New York, come Intuitive Surgical, Illumina e Cognex, ma anche la svedese Hexagon e l’olandese Gemalto, uno dei più grandi produttori di chip per telefonini e carte di credito. 

L’unico etf - Per chi, invece, preferisce una gestione passiva e minori spese di commissione, l’unico Etf su società di robotica quotato a Piazza Affari è il Robo Global Robotics & Automation. Nell’ultimo anno ha reso circa il 36% (dati aggiornati al 23 gennaio), replicando l’indice di riferimento, il Robo Stox Global Robotics & Automation Index. Ci sono, in un rapporto quasi paritario, sia società pure della robotica (vedi iRobot) e dell’automazione, sia aziende (Abb) che dedicano una fetta consistente dell’attività a questi settori. Il peso dei gruppi americani è preponderante, più del 40%, segue il Giappone con il 27% e l’area euro con circa il 10%.

Fra i primi 10 titoli ci sono le giapponesi Keyence, Yushin Precision, Nabtesco, Amano e Fanuc Corp, il principale produttore al mondo nel settore dell’automazione di fabbrica con 400mila robot installati in tutto il mondo. Molto interessanti sono anche la tedesca Krones e le americana iRobot e AeroVironment, che è stata la prima azienda a ricevere la licenza per produrre droni a uso commerciale. E i rischi? «I titoli», si legge nei prospetti di informazione finanziaria, «riguardano società che operano nel campo della robotica e dell’automazione e quindi possono essere più volatili rispetto ad altri che non si basano in modo così signi cativo sulle nuove tecnologie». Tuttavia, leggendo i numeri del settore si capisce che per umanoidi, droni e stampanti 3D, prima di scoppiare, la bolla deve ancora gonfiarsi un bel po’.    (Tobia De Stefano)