Ma davvero i robot vi ruberanno il lavoro?

02/01/2019 11:03
Ma davvero i robot vi ruberanno il lavoro?

Secondo il World Robotics Report 2018 pubblicato dall’International federation of robotics (Ifr), entro il 2020 i robot operativi nelle fabbriche supereranno quota 3 milioni

A Oakland, nella Baia di San Francisco, si fanno prove di futuro. Con un curioso esperimento sociologico, il più importante acceleratore di startup della Silicon Valley, Y Combinator, ha erogato a un centinaio di persone un reddito di base per 5 anni, una somma fra i mille e i 2mila dollari al mese, accordata senza dover fare nulla e senza dover lavorare. Obiettivo: testare le ricadute sociali di una tecnologia sempre più capace di sostituire l’uomo nei mestieri tradizionali e generare una nuova stagione di ricchezza, che secondo il numero uno dell’incubatore, Sam Altman, potrà portare a una qualche forma di sussidio incondizionato per tutti. Peccando forse di ingenuità nell’immaginare un capitalismo digitale a profitto redistribuito, il guru californiano dell’high tech dà però corpo allo spauracchio di un mondo a basso tasso di occupazione, in cui molti dei lavori oggi svolti dagli umani sarebbero affidati a macchine più veloci, più efficienti e meno costose. Questo timore è diventato persino un sito, Will robot take my job, sviluppato da Mubashar Iqbal e Dimitar Raykov sulla base di un’indagine condotta nel 2013 dalla Oxford University: digitando nel motore di ricerca il proprio mestiere, il sistema calcola la probabilità che venga robotizzato e sia quindi a rischio di estinzione con l’introduzione su larga scala delle macchine. Simulazioni e catastrofismi a parte, la diffusione di sistemi per l’automazione industriale, i progressi nel machine learning e nelle applicazioni di Ia hanno sottratto il dibattito al campo dell’ipotetico.

I dati di fatto, anzitutto. Secondo il World Robotics Report 2018 pubblicato dall’International federation of robotics (Ifr), le vendite globali di robot industriali hanno raggiunto nel 2017 il numero record di 387mila unità, in crescita del 31%, ed entro il 2020 quelli operativi nelle fabbriche supereranno quota 3 milioni. Numeri che vedono l’Italia tenere il passo: tra soluzioni It, componenti tecnologiche abilitanti su asset produttivi tradizionali e servizi collegati, anche il mercato nazionale legato all’industria 4.0 registra una crescita del 30%, attestandosi su un valore compreso fra 2,3 e 2,4 miliardi di euro, il 90% relativo a progetti di industrial IoT, analytics e cloud manufacturing (dati Osservatorio Industria 4.0 della School of management del Politecnico di Milano). Che la quarta rivoluzione industriale sia in pieno corso è un fatto, mentre la percentuale di lavori a rischio oscilla fra il 14% indicato dall’Ocse e addirittura il 54% (riferito all’Europa) ipotizzato dal centro studi Bruegel.

Tuttavia, che l’inesorabile conseguenza sia la cancellazione in massa dei posti di lavoro è tutto da dimostrare. Secondo le statistiche di Ifr, i paesi che oggi presentano il minor tasso di disoccupazione sono proprio quelli con il maggior numero di robot installati. Il primo ampio studio del Centre for European economic research (Zew) di Mannheim, sull’impatto delle macchine sull’economia tedesca (terza al mondo per densità di robot), fa ben sperare: dal 2011 al 2016 l’automazione non solo non ha eroso gli impieghi, ma ha portato a un aumento complessivo dell’occupazione dell’1%, in corsa verso l’1,8% entro il 2021, grazie all’ulteriore automazione prevista. Un caso unico, frutto di un sistema economico particolarmente virtuoso, unito ad ammortizzatori sociali opportunamente studiati? In realtà, «questi risultati confermano ciò che stiamo osservando nei principali paesi industrializzati di tutto il mondo», sostiene Junji Tsuda, presidente della Ifr. «La modernizzazione della produzione sposta il lavoro pericoloso, malsano e ripetitivo sulle macchine.

E nella stragrande maggioranza dei casi sono solo alcune attività a essere automatizzate, non l’intero spettro delle mansioni di un dipendente». I feedback incoraggianti arrivano anche dall’Italia. Molto più in piccolo, il rapporto Industria 4.0 in Veneto, firmato a più mani dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, Camera di commercio di Treviso Belluno, Osservatorio Economico e t2i, mostra che le imprese dotate di tecnologie digitali hanno creato da sole il 75% della maggiore occupazione registrata nel territorio fra il 2012 e il 2014, assumendo più persone e più istruite rispetto alle imprese meno innovative.

Se la fotografia del presente dipinge un quadro meno catastrofico di quanto immaginato qualche anno fa, sul futuro restano comunque grandi interrogativi. Alla domanda se si debba temere la rivoluzione dei robot, uno studio del Fondo monetario internazionale risponde lasciando poco margine di dubbio: la risposta corretta è sì (Should We Fear the Robot Revolution? The Correct Answer is Yes). La tesi dei ricercatori è che la diffusione delle macchine faccia salire il pil ma lasci anche aumentare il divario fra capitalisti e lavoratori. «I nostri principali risultati sono estremamente solidi: l’automazione fa molto bene alla crescita ma molto male all’uguaglianza». Lo studio mostra come, in un primo momento, la competizione fra il lavoro umano e il lavoro svolto dalle macchine, più efficienti, porterà a un abbassamento dei salari, aumentando la redditività del capitale, per poi risollevarli nel lungo termine in seguito alla scarsità di lavoro umano qualificato disponibile. Stando ai calcoli del Fmi, il lungo termine coprirebbe un arco temporale variabile fra i 20 anni, nel migliore dei casi, e gli oltre 50, nel peggiore: si ipotizza insomma un’erosione degli stipendi di almeno due-tre generazioni. Vero è che le ipotesi sulle ricadute a breve e lungo termine restano tutto sommato nebulose.

«Spaventano i progressi dell’intelligenza artificiale che rendono i robot più flessibili, in grado di imparare, prendere decisioni, lavorare in squadra e svolgere mansioni sempre più complesse: quelle che nella scorsa decade venivano considerate a prova di futuro. Oggi sappiamo che a prova di futuro non c’è più alcuna professione», sostiene Roberto Saracco, head of industrial doctoral school di Eit Digital. «Il mondo della produzione e della distribuzione sta cambiando radicalmente. L’automazione è un elemento fondante della nuova industria, dalle materie prime alla vendita al dettaglio, in cui un nostro clic sul computer conferma l’acquisto e attiva un robot a centinaia di chilometri di distanza per andare a prendere il prodotto, in alcuni casi addirittura costruirlo, per poi spedirlo. A breve un drone potrebbe recapitarlo sul balcone di casa». Non solo. «Già alcune professioni non possono più fare a meno dei robot, come il neurochirurgo o l’astronauta, per ragioni qualitative; altre non possono farne a meno per ragioni quantitative, come il controllo dei clip caricati su Youtube che hanno raggiunto le 300 ore al minuto. In parallelo si aprono nuovi mestieri, come quelli evidenziati da Google che sta assumendo 10mila persone per valutare aspetti etici relativi ai contenuti».

La combinazione di big data, algoritmi e potenza di calcolo crescente, insieme a costi minori e all’introduzione dei robot collaborativi, più flessibili, sta accelerando il processo. Già oggi i robot preparano hamburger e servono ai tavoli (a Boston esiste anche Spyce, il primo ristorante con cucina robotica in grado di preparare pasti complessi), rispondono ai call center, guidano veicoli, sorvegliano proprietà private, fanno da concierge negli hotel e da commessi in negozio, in India costruiscono interi villaggi e in Giappone affiancano i consumatori nei mall durante lo shopping. «L’intelligenza artificiale rappresenta una grande minaccia per i mestieri poco qualificati», ne deduce Bernard Louvat, manager della società high-tech Nuance. «Non credo si sia ancora pronti a gestire il problema. Oggi, un assistente virtuale è in grado di gestire il 60-80% di tutte le conversazioni dei clienti senza che sia necessario l’intervento di un umano: cinque anni fa sarebbe stato il 25-30%. I chatbot stanno sicuramente eliminando posti di lavoro».

La ricerca Adp 5.0: come la digitalizzazione e l’automazione cambiano il modo di lavorare, condotta da The European House Ambrosetti per conto di Adp Italia, stima che in Italia la percentuale di occupati a rischio sia pari al 14,9%, 3,2 milioni di persone, soprattutto nei settori agricoltura e pesca (25%), commercio (20%) e industria manifatturiera (19%), dove già si conta un robot ogni 62 dipendenti. Insomma, i timori restano. A dargli voce, l’ultima indagine di Adp, The workforce view in Europe 2018, condotta su circa 10mila dipendenti del continente, da cui emerge che sono proprio gli italiani a nutrire le maggiori preoccupazioni: il 41,7% è convinto che il suo mestiere verrà automatizzato nei prossimi 10 anni.

A parte il pessimismo, la buona notizia è che i datori di lavoro italiani sono anche i più propensi a riqualificare le risorse: per il 65,6% degli intervistati la propria azienda sta già preparando i dipendenti o ha pianificato di prepararli al salto. «La continua evoluzione tecnologica e le numerose funzioni delegabili alle macchine potrebbero far pensare all’imminente sostituzione umana con i robot, mettendo a rischio milioni di posti di lavoro. In realtà, la tecnologia nelle sue declinazioni più innovative abilita un nuovo modo di concepire il concetto stesso di lavoro», dicono da Adp, puntando i riflettori sui passi evolutivi della quarta rivoluzione industriale in atto. «Sempre di più si andrà verso la piena integrazione tra uomo e macchine, lo scenario 5.0 sarà caratterizzato dal lavoro congiunto dei due in chiave collaborativa, distribuita e orientata alla personalizzazione del prodotto/servizio». La ricerca Adp 5.0 non prevede solo la scomparsa di alcune mansioni, ma anche la nascita di nuove occupazioni: «Per ogni posto di lavoro nato nei settori legati alla tecnologia, alle life science e alla ricerca scientifica si stima che siano generati, per effetti diretti, indiretti e indotti, ulteriori 2,1 posti di lavoro».

Ipotizzando diversi scenari di sviluppo, l’ultimo report del McKinsey Global Institute, Jobs lost, jobs gained: Workforce transitions in a time of automation, valuta il numero e il tipo di lavori che potrebbero essere creati da qui al 2030 e li confronta con quelli a rischio di estinzione. Ne emerge un ricco mosaico di possibili cambiamenti nel mondo delle professioni, con importanti implicazioni per le competenze e le retribuzioni del personale. La buona notizia è che nel bilancio fra posti persi e posti guadagnati la domanda di lavoro sarà ancora tale da sostenere la piena occupazione; la cattiva è che la portata della transizione sarà analoga o persino superiore a quella della seconda rivoluzione industriale. Sebbene siano solo il 5% le occupazioni completamente automatizzabili, infatti, nel 60% dei casi lo è almeno un terzo delle attività che le compongono, implicando trasformazioni sostanziali per tutti: circa il 20-30% delle ore lavorate a livello globale potrebbe fare a meno dell’intervento umano entro il 2030, il che significa dai 400 agli 800 milioni di persone rimpiazzate e la necessità per molti lavoratori, fra i 75 e i 375 milioni, di cambiare professione o acquisire nuove competenze ai fini del ricollocamento. Secondo McKinsey, a essere più esposte sono le attività fisiche in ambienti prevedibili, come quelle con macchinari operativi e preparazione di fast food. L’efficienza delle macchine nella raccolta ed elaborazione dati eliminerà manodopera anche da mansioni come prestiti ipotecari, lavoro paralegale, contabilità e transazioni di back-office. Minore, invece, l’impatto sui lavori che coinvolgono la gestione delle persone, l’applicazione di competenze e le interazioni sociali, dove le prestazioni umane restano per ora ineguagliate; o quelli svolti in contesti non ripetitivi e da operatori come giardinieri, idraulici, assistenti all’infanzia e agli anziani, difficili da automatizzare e in proporzione poco remunerativi.

Se i compiti assolvibili dalle macchine sono identificabili, molto meno lo sono i nuovi posti creati dalla tecnologia. Combinando i cambiamenti attesi da qui al 2030 nel mercato occupazionale dei diversi paesi, con alcune possibili tendenze, McKinsey individua le categorie a più alta percentuale di crescita nella domanda di lavoro al netto dell’automazione: dai provider di servizi sanitari ad alcune categorie quali ingegneri, scienziati, consulenti contabili e analisti; da specialisti It e della tecnologia a figure manageriali e dirigenziali, il cui ruolo difficilmente potrà essere ricoperto dalle macchine; da insegnanti ed educatori, soprattutto nelle economie emergenti con popolazioni giovani, a una piccola ma crescente categoria di artisti e creativi, più richiesti man mano che l’aumento di reddito produrrà un incremento nella domanda di svago e intrattenimento; fino ai costruttori edili e professioni affini. Lavori manuali e servizi anche elementari, come quelli domestici, completano un quadro che può apparire paradossale. Se la storia insegna, secondo lo studio si può supporre che al 2030 l’8-9% della domanda globale di forza lavoro proverrà da nuove professioni oggi sconosciute. La sfida per i governi sarà di accompagnare una transizione minimizzandone il costo sociale.    (Chiara Cantoni)