Nel laboratorio italiano dei nuovi techno-infermieri

di Roberto Copello 02/03/2018 10:48
Nel laboratorio italiano dei nuovi techno-infermieri

Robot assistivi e automi che aiutano a prevenire traumi sono già realtà. Ma all’IIT, la fabbrica genovese del futuro, non ci si ferma mai. Anzi...Ci si prepara a spiccare il volo

Robot che possono curare patologie, assistere gli anziani, trasmettere dati biomedicali, ma anche stare con i bambini, cucinare, raccogliere le cose da terra, tagliare l’erba, stirare le camicie... È questo il futuro, anzi, in parte già il presente, dei robot? Una sorta di maggiordomi e di terapeuti, che in una società sempre più anziana possono aiutare gli invalidi e chi ha subito un trauma? Per capirlo bisogna andare a Genova, in quell’eccellenza assoluta che è l’Istituto italiano di tecnologia (IIT), diretto da Roberto Cingolani, un incubatore dove sono nati automi fra i più avanzati finora progettati.

Umanoidi come iCub, il cucciolo di robot cognitivo che ricorda un bambino di 4 anni, la cui capacità di ragionare, muoversi e interagire ha impressionato il mondo: su YouTube, il video di Italia’s Got Talent in cui dialoga con Luciana Littizzetto e fa tai-chi con Claudio Bisio ha 2,5 milioni di visualizzazioni! C’è poi R1, robot assistivo che già aiuta anziani e pazienti della Fondazione Don Gnocchi, a Milano. Un terzo umanoide, Walk-man, alto 1,85 m, capace di camminare, aprire porte e usare un trapano, è pensato per l’intervento in situazioni di emergenza. Che è poi la stessa mission dell’animaloide HyQ, Hydraulic Quadruped, robot quadrupede ispirato a cavallo, cane e stambecco, che può perlustrare edifici crollati, industrie chimiche o centrali nucleari dopo un disastro ambientale. Infine, non ha aspetto umano o animale ma è un robot anche la piattaforma riabilitativa Hunova (ideata da una medical company, Movendo, nata da una start-up IIT), che con la sua meccatronica avanzata già è utilizzata in molti centri medici per prevenire e curare patologie e traumi, con 156 esercizi per caviglia, ginocchio, anca e tronco. I fisioterapisti devono preoccuparsi per il posto di lavoro? «In tutta sincerità, no», tranquillizza Daniele Pucci, 32 anni, coordinatore della Dynamic Interaction Control research line del dipartimento iCub Facility, quello dove viene sviluppato iCub, il robot oggi più diffuso nel mondo, con 30 prototipi presenti in laboratori europei, in Usa, Giappone, Corea del Sud e Singapore. «Nel XIX secolo, stallieri e cocchieri potevano preoccuparsi per l’invenzione delle auto, che però ha fatto nascere nuove professioni. L’innovazione tecnologica impone la necessità del reskilling dei lavoratori, la loro riqualificazione per nuove abilità lavorative».

Perché mai, allora, lo stesso papa Francesco, nel suo messaggio al Forum di Davos, ha chiesto ai potenti della Terra di impegnarsi perché «l’intelligenza artificiale, la robotica e le altre innovazioni tecnologiche» siano impiegate a servizio dell’umanità, «invece che per l’esatto opposto, come purtroppo prevedono alcune stime»? Pucci resta ottimista: «Secondo me, il Santo Padre si riferisce ai sentimenti più cupi dell’essere umano: una tecnologia non è dannosa in quanto tale, lo è se utilizzata in modo inopportuno. Insomma, è l’utilizzatore che va governato». Problemi di controllo, insomma. E Pucci, di formazione, è proprio un ingegnere del controllo. Arrivato a Genova dalla Francia con il programma di rientro dei cervelli, spiega che la forza del progetto iCub è nel suo essere open source, nell’essere una piattaforma di ricerca condivisa: «All’IIT ci lavoriamo in un centinaio, ma non siamo i soli. Tutti i centri di ricerca cui è stato consegnato nel mondo contribuiscono a svilupparlo». Tre, in particolare, i filoni di ricerca con cui Pucci lavora sui robot: muoversi su due gambe, interagire con gli umani e... Possibilità di volare. L’ingegnere, infatti, all’IIT ha trovato modo di applicare ai robot le sue competenze sulla dinamica del volo, aprendo un nuovo filone di ricerca: la robotica umanoide aerea. Ma, robot volanti a parte, Pucci è consapevole che a generare le aspettative più concrete è il tema della riabilitazione. Per esempio, fra le prospettive su cui si lavora a Genova c’è anche il robot esoscheletro, che potrebbe guidare il corpo in delicate attività lavorative o aiutare un paralizzato a muoversi: è uno degli obiettivi del progetto europeo Andy.